Un libro a un tempo tremendo e meravigliosamente pieno di speranza. I misteriosi abissi che legano il nostro corpo alla nostra mente esplorati tramite una serie di casi clinici,a volte inverosimili, vengono raccontati da un Sacks che ha profonda empatia per i suoi pazienti, rimanendo sempre stupito davanti alla forza d’animo che mostrano davanti alle incredibili malattie che sconvolgono le loro vite.

Tutto e’ pronto per registrare l’evento

Il resto delle foto qui

 

 

Domenica scorsa siamo andato alla mostra su Darwin alla Rotonda della Besana a Milano. Ci siamo andati con le migliori intenzioni di questo mondo, trascinandovi i due pargoli, ma onestamente e’ stata una mezza delusione. Non che ci sia nulla di sbagliato, la mostra e’ fondamentalmente un percorso biografico/scientifico della personalita’ e delle idee di Darwin, su come si sono formate, e sui loro sviluppi, fino all’Evo-Devo.

Pero’ c’e’ da dire che il percorso per cartelloni e’ di una noia mortale, gli allestimenti al contorno poco interessanti, escluso il taccuino B aperto alla pagina dell’albero (o corallo) della vita, e la sezione sull’Evo-Devo veramente povera di didascalie.

Nessuna interattivita’ o quasi e infatti alla terza sala i bambini sono stramazzati.

Un’occasione persa a mio modesto parere.

PS La mostra e’ stata prorogata a Milano fino all’8 novembre. Se volete ancora andarci munitevi di tesserino Coop, tessera FNAC et similia che vi sconteranno l’esorbitante costo del biglietto (per quello che offre la mostra) di 8 euro. Ah Genitore+bambino in due pagano 10 euro

Le strepitose immagini di Saturno catturate dalla sonda Cassini, sul Boston Globe

Considerate l’attuale configurazione di tutta la materia dell’Universo in questo preciso istante. Chiamatela Adesso. Considerate ora la configurazione nell’istante immediatamente  precedente e successivo. Anche loro sono degli Adesso. Ora considerate tutte le possibili configurazioni di tutta la materia dell’universo. Anche loro costituiscono degli Adesso. L’insieme di tutti gli  Adesso costituiscono lo spazio delle configurazioni dell’Universo, che Julian Barbour chiama Platonia. La storia dell’universo e’ una curva in tale spazio.

Ora difficilmente mi e’ capitato di avere sentimenti tanto contrastanti leggendo un libro.

L’idea di fondo e’, devo riconoscerlo, intellettualmente stimolante, le critiche al concetto di tempo sono interessanti , qualche risultato  riportato qua e là, come il fatto che nel caso di un sistema a 3 corpi le curve nello spazio delle configurazioni coincidono con quelle create dalla fisica classica, onestamente intriganti. Tuttavia vedere in un sol colpo, in un testo di fisica, giustificato sia il creazionismo (il mondo non si evolve, e’!) che l’esistenzialismo (la sensazione dello scorrere del tempo ce lo da’ il nostro cervello o giù di lì) mi fa sentire, come dicono gli americani unconfortable.

D’altro canto la struttura del libro non aiuta. Dopo una prima parte speculativo-filosofica dove si resuscitano Parmenide e il paradosso di Zenone, il grosso del libro si divide nel tentativo di dare una lettura atemporale della relatività tramite l’equazione di Wheeler-DeWitt e della meccanica quantistica, sfruttando l’equazione stazionaria di Schroedinger. Il tutto rigorosamente senza neanche una formula!

Comunque l’apoteosi si tocca al capitolo finale quando Barbour candidamente confessa che non ha uno straccio di equazione per basarci su la sua teoria, ma solo considerazioni qualitative e sue sensazioni!

Ma anche sulle considerazioni qualitative avrei parecchio da ridire. In effetti il modello di Barbour, di una hamiltoniana nello spazio delle configurazioni va a scontrarsi con due fatti: il primo e’ che ci si trova comunque in un universo quantistico, e quindi la transazione da uno stato all’altro e’ solo probabile, il secondo e’ la memoria. Noi tutti infatti abbiamo una memoria di quello che ci e’ successo nel passato, non solo: leggiamo libri, vediamo film. Insomma abbiamo registrazioni.  Barbour qui prima contesta il concetto di passato affermando che in realtà le registrazioni esistono nel presente, un concetto ripreso da John Stewart Bell, e poi affermando che gli stati con capsule temporali sono estremamente probabili, mentre quelli senza capsule temporali sono altamente improbabili.

Ora a me questa posizione appare una capziosa tautologia, se non altro perché e’ indimostrabile, come non e’ a mio parre falsificabile la teoria di Barbour, se pure arrivasse a produrre una qualche formula o previsione.

Un’altra critica che mi sento di fare e’ sul collasso della funzione d’onda che descrive l’universo. Ora, a meno che non si adotti la teoria del multiverso di Everett, per collassare la funzione d’onda ha bisogno di qualcuno  o di qualcosa che l’osservi. Chi e’ questo qualcuno? Siamo noi che “osserviamo” e quindi facciamo collassare la funzione d’onda che descrive l’universo. E questo collasso avviene localmente o no? E come lo condividiamo, se lo condividiamo con gli altri? Com’e’ che riusciamo a vedere la stessa partita di pallone? Insomma l’esistenzialismo (l’universo esiste perché io lo osservo) rifà capolino. Forse e’ più ragionevole pensare a un’entità, un Dio che osserva l’universo dall’esterno (qualunque cosa significhi) e costringa la funzione d’onda a collassare. Attenzione un Dio che osserva e in un certo senso crea, ma non interviene, una sorta di Dio passivo insomma.  Entrambe le opzioni mi paiono però altamente problematica, già solo sul piano filosofico.

Alla fin fine Il tutto onestamente mi pare una speculazione filosofica solipsistica, magari condotta con metodo, ma che al momento per aderirvi richiede fondamentalmente un atto di fede.

PS Il volume edito da Le Scienza, manca scandalosamente della bibliografia, e la gestione delle note e’ quantomeno sciatta. Ergo qualora non vi fosse ancora passata la voglia di leggere questo testo (che consiglio solo a chi molto tempo libero e veramente poco da fare) non prendete l’edizione edita da Le Scienze.

La vecchia (di un anno) teoria fanta-complottistica sui problemi del LHC viene sdoganata dal NYT

Il succo e’: qualcuno o qualcosa dal futuro sabota lo LHC per evitare di far scoprire il bosone di Higgs. Peggio: han già sabotato anche la versione americana del LHC, facendogli togliere i fondi nel 93!

Ora, senza andare dentro la fisica di tutto questo (a presentare quest’ipotesi non ci sono due pirla qualunque) proviamo a fare qualche ragionamento logico sui paradossi temporali (sempre che il tempo esista effettivamente)

A mio parere esistono due opzioni. La prima e’ il deus ex-machina. Questa ipotesi presuppone l’esistenza di un Dio geloso che non vuole scoprire i suoi segreti, massime la particella di Dio il bosone di Higgs, laonde per cui mette il bastone tra le ruote a noi esseri umani che vogliamo, come dire, guardarlo in faccia (a lui o alla sua particella).

E’ il classico peccato di hubris che gli uomini si portano dietro da millenni, con conseguenze mitologicamente disastrose.

Peccato cozzi un po’ con il libero arbitrio e con il mito della Genesi, l’albero della conoscenza del bene e del male, pero’ ci sta che in 4000 e passa anni il Padreterno cambi idea.

La seconda opzione e’ piu’ (fanta)scientifica, con un bel paradosso temporale dietro.

Ora supponiamo che scoprire il bosone di Higgs sia male.

Deve pero’ essere un male non troppo immediato perché deve consentire prima di sviluppare una teoria fisica sui viaggi del tempo, poi di costruire una macchina del tempo e terzo di avere abbastanza energia per fare il viaggio per sabotare il magnete del LHC.

A naso queste 3 cose richiedono tempo, capacita’ produttive e soldi. Con l’effetto collaterale di una linea temporale che si ripiega su se stessa, come un’asola, per poi tagliarsi nel punto in cui si incrocia.

Eh si, perché se noi nella nostra linea temporale non costruiamo più lo LHC, nessuno vedrà il bosone di Higgs, ne’ svilupperà una teoria dei viaggi del tempo e neppure tornerà indietro a salvarci(si).

E tenete presente che se quest’ ipotesi e’ vera c’e’ gia’ stato un altro “taglio” quando qualcuno ha fermato l’acceleratore americano!

Ora e’ evidente che  il fatto che si sia stati salvati due volte da due linee temporali divergenti dalla nostra (e poi morte!) non implica necessariamente che noi ci si fermi nella costruzione del LHC. Insomma questi salvataggi sono assolutamente inutili, sia per noi che per loro (noi nel futuro) e questo secondo me sarà  abbastanza a chiaro ai nostri salvatori.

Questo perché allo stato la teoria del LHC-backward e’ indimostrabile. A meno che non arrivi Emmet Brown a cavallo della Delorian a dirci di fermarci, magari con una teoria fisica decente dietro, gli inconvenienti rimarranno sempre inconvenienti casuali e non procurati dal futuro o viceversa, almeno fino a prova contraria, cosi’ come i cigni son tutti bianchi fin quando non vediamo quello nero.

La prova contraria l’avremo quando lo LHC funzionerà. A quel punto, qualora qualcosa andasse storto, il nostro mondo, quello attuale, comunque finirà perché o ci annichilirà il bosone di Higgs, oppure tornando indietro nel tempo, taglieremmo il ramo “disastroso” della linea temporale, cadendo noi-nel-futuro stessi con lui.

E in quel caso, a parte la soddisfazione di pochi che andranno in giro con il cartello “l’avevo detto io” appeso al collo ci sarà poco altro da fare o da dire.

PS e comunque la fine del mondo e’ nel 2012, perciò: rilassatevi

Il Danese Tranquillo. Niels Bohr: un fisico e il suo tempo (1885-1962) di Abraham Pais

Il Danese Tranquillo. Niels Bohr: un fisico e il suo tempo (1885-1962) di Abraham Pais

Se, accostandovi a questa biografia di Niels Bohr, avevate in mente le vertigini di “Sottile e’ il Signore”, dimenticatevele.

Pais, in pieno attacco di storicite acuta, affastella liste di viaggi di Bohre di finanziamenti da lui ricevuti, tratteggia persino un abbozzo di storia della scienza in Danimarca, ci si perde tra i continui rimandi, qualche aneddoto personale o de realto, senza riuscire a intravedere una logica compiuta nella narrazione.

C’e’ da dire che Pais non e’ aiutato certo dalla biografia di Bohr, crocevia della fisica della prima parte del novecento. Bohr lavora e si confronta con tutti i massimi scienziati dell’epoca da Rutherford ad Einstein, passando per Heisenberg, Kramer, Dirac. Tutti ospiti del suo Istituto di Copenaghen, il primo vero istituto internazionale nella storia della scienza, nel quale Bohr esercita appieno la sua funzione di scienziato manager, curandone tutti gli aspetti, non solo quelli scientifici, ma anche economici e architettonici. Eppure tra i numerosi contributi chiave forniti da Bohr, ci rimane ad oggi “solo” quello piu’ filosofico di tutti, quello della complementarieta‘ e del concetto di fenomeno, considerando che il suo massimo contributo alla fisica del suo tempo, cioe’ la prima teoria dei quanti e’ stata abbondantemente superata.

Insomma la figura di Bohr, centrale per la Fisica novecentesca, emerge solo a tratti, affogata tra i troppi dettagli e da un impostazione del testo che non riesce mai decidersi a concentrarsi sulla storia personale di Bohr  o sugli argomenti da lui trattati nel corso della vita.

E’ difficile trovare biografie di scienziati scritte da scrittori “di professione” come Leavitt. Ancor più difficile e’ trovare tali biografie scientificamente corrette. Tuttavia questo testo casca in entrambe le categorie, merito di un Leavitt evidentemente appassionato dalla figura del protagonista, Alan Turing. Figura che, peraltro, e’ assolutamente eccezionale nella sua vita disperatamente geniale e drammaticamente segnata da solitudine e incomprensioni fino a un suicidio tramite una mela avvelenata che, se non fosse fiabesco, sarebbe grottesco.

Turing e’ il riconosciuto inventore del computer, un logico capace di rivaleggiare con Godel e i grandi matematici,   ma e’ anche un omosessuale e, fondamentalmente un disadattato in una società inglese della prima meta’ del XX secolo che e’ incapace di comprenderlo e accettarlo perfino quando, durante la guerra, rompe il codice dell’Enigma, la macchina crittografica dei nazisti, dando agli alleati un’arma la cui importanza e’ pari a quella della bomba atomica.

Nella sua logica, pulita e perfetta, che estende alla sua vita privata, incapace di ogni infingimento, vede nella sua macchina Universale, l’antesignano del computer per capirsi, un amico, un figlio capace di comprenderlo perché “ragiona” come lui, in maniera lineare, senza bisogno di nascondersi o dissimularsi.

Su internet circola una voce secondo la quale la mela del logo della Apple sarebbe un riferimento a Turing. La compagnia nega qualsiasi collegamento; la sua mela, sostiene, allude a Newton. Ma allora perché ne manca un pezzo?


Aggiornamento del 10/9/09: Il governo della Gran bretagna ha riconosciuto come “orribile” il trattamento cui sottopose Turing, e che fu probabilmente la causa del suo suicidio [via Wittgenstein]

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che…

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza… Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

//

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi
29 giugno 2009