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Considerate l’attuale configurazione di tutta la materia dell’Universo in questo preciso istante. Chiamatela Adesso. Considerate ora la configurazione nell’istante immediatamente  precedente e successivo. Anche loro sono degli Adesso. Ora considerate tutte le possibili configurazioni di tutta la materia dell’universo. Anche loro costituiscono degli Adesso. L’insieme di tutti gli  Adesso costituiscono lo spazio delle configurazioni dell’Universo, che Julian Barbour chiama Platonia. La storia dell’universo e’ una curva in tale spazio.

Ora difficilmente mi e’ capitato di avere sentimenti tanto contrastanti leggendo un libro.

L’idea di fondo e’, devo riconoscerlo, intellettualmente stimolante, le critiche al concetto di tempo sono interessanti , qualche risultato  riportato qua e là, come il fatto che nel caso di un sistema a 3 corpi le curve nello spazio delle configurazioni coincidono con quelle create dalla fisica classica, onestamente intriganti. Tuttavia vedere in un sol colpo, in un testo di fisica, giustificato sia il creazionismo (il mondo non si evolve, e’!) che l’esistenzialismo (la sensazione dello scorrere del tempo ce lo da’ il nostro cervello o giù di lì) mi fa sentire, come dicono gli americani unconfortable.

D’altro canto la struttura del libro non aiuta. Dopo una prima parte speculativo-filosofica dove si resuscitano Parmenide e il paradosso di Zenone, il grosso del libro si divide nel tentativo di dare una lettura atemporale della relatività tramite l’equazione di Wheeler-DeWitt e della meccanica quantistica, sfruttando l’equazione stazionaria di Schroedinger. Il tutto rigorosamente senza neanche una formula!

Comunque l’apoteosi si tocca al capitolo finale quando Barbour candidamente confessa che non ha uno straccio di equazione per basarci su la sua teoria, ma solo considerazioni qualitative e sue sensazioni!

Ma anche sulle considerazioni qualitative avrei parecchio da ridire. In effetti il modello di Barbour, di una hamiltoniana nello spazio delle configurazioni va a scontrarsi con due fatti: il primo e’ che ci si trova comunque in un universo quantistico, e quindi la transazione da uno stato all’altro e’ solo probabile, il secondo e’ la memoria. Noi tutti infatti abbiamo una memoria di quello che ci e’ successo nel passato, non solo: leggiamo libri, vediamo film. Insomma abbiamo registrazioni.  Barbour qui prima contesta il concetto di passato affermando che in realtà le registrazioni esistono nel presente, un concetto ripreso da John Stewart Bell, e poi affermando che gli stati con capsule temporali sono estremamente probabili, mentre quelli senza capsule temporali sono altamente improbabili.

Ora a me questa posizione appare una capziosa tautologia, se non altro perché e’ indimostrabile, come non e’ a mio parre falsificabile la teoria di Barbour, se pure arrivasse a produrre una qualche formula o previsione.

Un’altra critica che mi sento di fare e’ sul collasso della funzione d’onda che descrive l’universo. Ora, a meno che non si adotti la teoria del multiverso di Everett, per collassare la funzione d’onda ha bisogno di qualcuno  o di qualcosa che l’osservi. Chi e’ questo qualcuno? Siamo noi che “osserviamo” e quindi facciamo collassare la funzione d’onda che descrive l’universo. E questo collasso avviene localmente o no? E come lo condividiamo, se lo condividiamo con gli altri? Com’e’ che riusciamo a vedere la stessa partita di pallone? Insomma l’esistenzialismo (l’universo esiste perché io lo osservo) rifà capolino. Forse e’ più ragionevole pensare a un’entità, un Dio che osserva l’universo dall’esterno (qualunque cosa significhi) e costringa la funzione d’onda a collassare. Attenzione un Dio che osserva e in un certo senso crea, ma non interviene, una sorta di Dio passivo insomma.  Entrambe le opzioni mi paiono però altamente problematica, già solo sul piano filosofico.

Alla fin fine Il tutto onestamente mi pare una speculazione filosofica solipsistica, magari condotta con metodo, ma che al momento per aderirvi richiede fondamentalmente un atto di fede.

PS Il volume edito da Le Scienza, manca scandalosamente della bibliografia, e la gestione delle note e’ quantomeno sciatta. Ergo qualora non vi fosse ancora passata la voglia di leggere questo testo (che consiglio solo a chi molto tempo libero e veramente poco da fare) non prendete l’edizione edita da Le Scienze.

La vecchia (di un anno) teoria fanta-complottistica sui problemi del LHC viene sdoganata dal NYT

Il succo e’: qualcuno o qualcosa dal futuro sabota lo LHC per evitare di far scoprire il bosone di Higgs. Peggio: han già sabotato anche la versione americana del LHC, facendogli togliere i fondi nel 93!

Ora, senza andare dentro la fisica di tutto questo (a presentare quest’ipotesi non ci sono due pirla qualunque) proviamo a fare qualche ragionamento logico sui paradossi temporali (sempre che il tempo esista effettivamente)

A mio parere esistono due opzioni. La prima e’ il deus ex-machina. Questa ipotesi presuppone l’esistenza di un Dio geloso che non vuole scoprire i suoi segreti, massime la particella di Dio il bosone di Higgs, laonde per cui mette il bastone tra le ruote a noi esseri umani che vogliamo, come dire, guardarlo in faccia (a lui o alla sua particella).

E’ il classico peccato di hubris che gli uomini si portano dietro da millenni, con conseguenze mitologicamente disastrose.

Peccato cozzi un po’ con il libero arbitrio e con il mito della Genesi, l’albero della conoscenza del bene e del male, pero’ ci sta che in 4000 e passa anni il Padreterno cambi idea.

La seconda opzione e’ piu’ (fanta)scientifica, con un bel paradosso temporale dietro.

Ora supponiamo che scoprire il bosone di Higgs sia male.

Deve pero’ essere un male non troppo immediato perché deve consentire prima di sviluppare una teoria fisica sui viaggi del tempo, poi di costruire una macchina del tempo e terzo di avere abbastanza energia per fare il viaggio per sabotare il magnete del LHC.

A naso queste 3 cose richiedono tempo, capacita’ produttive e soldi. Con l’effetto collaterale di una linea temporale che si ripiega su se stessa, come un’asola, per poi tagliarsi nel punto in cui si incrocia.

Eh si, perché se noi nella nostra linea temporale non costruiamo più lo LHC, nessuno vedrà il bosone di Higgs, ne’ svilupperà una teoria dei viaggi del tempo e neppure tornerà indietro a salvarci(si).

E tenete presente che se quest’ ipotesi e’ vera c’e’ gia’ stato un altro “taglio” quando qualcuno ha fermato l’acceleratore americano!

Ora e’ evidente che  il fatto che si sia stati salvati due volte da due linee temporali divergenti dalla nostra (e poi morte!) non implica necessariamente che noi ci si fermi nella costruzione del LHC. Insomma questi salvataggi sono assolutamente inutili, sia per noi che per loro (noi nel futuro) e questo secondo me sarà  abbastanza a chiaro ai nostri salvatori.

Questo perché allo stato la teoria del LHC-backward e’ indimostrabile. A meno che non arrivi Emmet Brown a cavallo della Delorian a dirci di fermarci, magari con una teoria fisica decente dietro, gli inconvenienti rimarranno sempre inconvenienti casuali e non procurati dal futuro o viceversa, almeno fino a prova contraria, cosi’ come i cigni son tutti bianchi fin quando non vediamo quello nero.

La prova contraria l’avremo quando lo LHC funzionerà. A quel punto, qualora qualcosa andasse storto, il nostro mondo, quello attuale, comunque finirà perché o ci annichilirà il bosone di Higgs, oppure tornando indietro nel tempo, taglieremmo il ramo “disastroso” della linea temporale, cadendo noi-nel-futuro stessi con lui.

E in quel caso, a parte la soddisfazione di pochi che andranno in giro con il cartello “l’avevo detto io” appeso al collo ci sarà poco altro da fare o da dire.

PS e comunque la fine del mondo e’ nel 2012, perciò: rilassatevi

Con Faust in Copenaghen,  un libro sugli inizi della Meccanica Quantistica, Gino Segre’ ha vinto  gli Science Writing Awards per il 2008

Un’altra entry per la mia lunghissima whishlist. 

Gli altri vincitori qui

Immagine di Un universo diverso
Premesso che l’autore Robert Laughlin e’ uno dei maggiori scienziati viventi, Nobel per l’effetto Hall quantistico frazionato, come divulgatore non mi sembra gran che.
Il testo, inframezzato di termini tecnici che presuppongono una conoscenza non banale della fisica, unito a una serie infinita di insignificanti aneddoti personali e a innumerevoli accenni a esperimenti che lo scrittore ritiene ben chiari a tutti (sbagliando)  rende la lettura difficile  e per nulla scorrevole.
Inoltre, a mio parere, tiene un po’ troppo a farci sapere che lui sa tutto su tutto lo scibile umano. Con questi presupposti la critica al riduzionismo della fisica, seppure interessante, annega in un mare di chiacchiere e le sue tesi sulla non falsificabilita’ delle teorie che tentano di spiegare il passaggio dalla fisica quantistica alle leggi fisiche emergenti (per semplificare come spiegare le leggi dell’idrodinamica partendo dalla singola molecola di acqua) non emergono se non a tratti.

Insomma questo “Un universo diverso” risulta una vera delusione

 


La tesi del libro e’ suggestiva. Lucio Russo suggerisce che la scienza greca, o  piu’ propriamente quella ellenistica, fosse molto piu’ progredita di quanto sia comunemente riconosciuto, e che fu la conquista romana del II-III secolo a.c. a infliggerle un colpo mortale, tale da seppellirne il ricordo per un millenio abbondante fino a essere riscoperta nel Cinquecento, ponendo le basi per le intuizioni di Galileo e Newton che sono alla base della scienza moderna. La tesi e’ indubbiamente interessante, ben documentata e il testo ben scritto. Decisamente consigliato

Se avete bisogno di una sorta di bignamino sul concetto di infinito in fisica, maetmatica, cosmologia Finito o infinito? di Jean Pierre Luminet e’ il testo che fa per voi. Tra il pretenzioso e l’irritante il primo capitolo che tratta il concetto di infinito dai presocratici ad oggi in poche paginette, con continui rimandi ad altri testi dell’autore (un vero markettaro a mio parere). Si salva solo il secondo capitolo che tratta dell’infinito in matematica, il resto e’ da tesina per la maturita’….